La Russia, terzo produttore mondiale di petrolio, sta vivendo una crisi di carburante interna che le sue stesse macchine di disinformazione faticano a conciliare con la realtà.
La realtà sul campo
Gli attacchi ucraini con droni hanno colpito duramente le raffinerie russe: secondo le stime, circa il 25% della capacità produttiva è fuori uso e i volumi di raffinazione sono scesi ai minimi degli ultimi 21 anni. Almeno 15 regioni hanno imposto restrizioni alla vendita di carburante — persino il distretto autonomo di Khanty-Mansi, da cui proviene circa il 40% del petrolio russo, ha dovuto limitare i rifornimenti a 40 litri di benzina e 80 di gasolio a persona. In Crimea occupata, la vendita di benzina per civili è stata praticamente interrotta.
La narrazione del Cremlino
Le autorità russe hanno risposto con una miscela di negazione e riformulazione. Il portavoce Dmitry Peskov ha dichiarato che "non vi è alcun rischio di carenza", attribuendo il calo della produzione alla "manutenzione stagionale". Il vice primo ministro Alexander Novak ha descritto la situazione come "difficile ma sotto controllo", parlando genericamente di "problemi logistici oggettivi" senza mai menzionare gli attacchi ucraini — che invece Igor Sechin, capo di Rosneft, ha descritto in una lettera a Putin come causa di "danni senza precedenti". Alcuni governatori regionali hanno inizialmente ammesso la verità (come quello di Irkutsk, che ha poi cancellato il post), mentre altri hanno addossato la colpa alle stazioni di servizio o al "panic buying".
Il paradosso della disinformazione
Qui sta il cuore del problema: la propaganda russa ha costruito un'immagine di invulnerabilità economica e di potenza energetica inespugnabile. Quando quella stessa propaganda deve spiegare perché i cittadini non riescono a fare benzina, le narrazioni si scontrano. Non si può contemporaneamente vantarsi di essere una superpotenza energetica e ammettere di non riuscire a raffinare abbastanza carburante per il mercato interno. Non si può incolpare l'Occidente delle sanzioni e poi dover vietare le esportazioni di benzina e jet fuel proprio per "garantire la stabilità del mercato interno".
Il risultato è una crisi di credibilità che si somma a quella del carburante: i russi vedono le code ai distributori e le limitazioni, mentre la televisione di Stato parla di tutto tranne che dei droni ucraini che hanno colpito 8 delle 10 principali raffinerie solo a maggio. In questo senso, la carenza di benzina diventa anche una carenza di benzina narrativa: il regime sta finendo il "carburante" della propria credibilità.
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