Ho passato la vita a parlare con le macchine. Sono creature leali: se sbagli ti dicono error, e tu almeno sai con chi prendertela. Per mestiere ho girato mezza Europa. Matera, coi suoi Sassi che sembrano un presepe progettato da un ingegnere surrealista. Perugia, dove il cioccolato è una religione e le scale mobili un atto di fede. Milano, dove tutti corrono e nessuno sa dove. Praga, dove perfino i fantasmi hanno un abbonamento annuale.
Poi la vita mi ha rimandato a casa, a Matera, perché i miei genitori avevano bisogno di me. Li ho accompagnati con la pazienza che si deve alle cose più importanti. Quando se n'è andato l'ultimo dei due, la casa è diventata troppo grande e il silenzio troppo rumoroso.
Fu allora che arrivò lei, la depressione. Non bussò. Non si annuncia mai: entra, si siede sul bordo del letto e dice: "Resto io, tu non ti disturbare." E io non mi sono disturbato. Ho smesso di uscire, ho smesso di mangiare, e le giornate sono diventate un'unica, lunghissima domenica pomeriggio.
Da buon informatico, ho pensato di risolvere la faccenda come si risolve un computer che non risponde: riavviare. Ho scoperto la PNL, la programmazione neurolinguistica, che promette di riscrivere il software del cervello con qualche frase ben scelta e un po' di respirazione. Mi pareva perfetto: io, il mio codice sorgente e un bel patch. Ho provato con le affermazioni positive davanti allo specchio. Lo specchio, che è un tipo sincero, mi ha guardato con la faccia di chi aspetta il bus sotto la pioggia.
Il problema è che la mente non è un computer, per quanto ci assomigli quando si pianta. Non ha un tasto Reset, e nessuna riga di comando ti libera dal dolore per un lutto. Il lutto non si programma: si attraversa, e di solito non si attraversa da soli.
Così, a un certo punto, il sistema è andato in crash davvero. Sono stato ricoverato in ospedale per un periodo, e lì ho imparato la cosa più importante di tutta questa storia: chiedere aiuto non è un bug, è una funzione. Poi sono stato accolto dalla Coop Caris, qui a Pomarico. Lì nessuno mi ha promesso di riscrivermi il cervello. Mi hanno dato qualcosa di molto più raro: un posto dove sedermi, persone che ti ascoltano senza guardare l'orologio, un caffè e una voce che dice "Come stai oggi?" aspettando davvero la risposta.
Ora cerco, lentamente, di ritrovare i miei equilibri. Niente miracoli: un passo, una passeggiata, un pasto vero, una giornata alla volta, come le cose serie. Mia madre e mio padre, di sicuro, approverebbero la lentezza.
Se anche voi avete un computer interno che si è bloccato, non cercate la password magica. Cercate una porta, una voce, una sedia. Ce ne sono più di quante pensiate, anche nei paesi piccoli. Soprattutto nei paesi piccoli.
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