Trump vuole tassi bassi — e non è un capriccio. Il debito USA ha superato i 39 trilioni di dollari e i costi di interesse sono già record (970 miliardi nel 2025). Se i tassi restano elevati, entro il 2036 gli interessi assorbiranno il 30% delle entrate federali e il debito salirà al 125% del PIL. Per Trump, tagliare i tassi è una questione di sopravvivenza fiscale.
Ma la sua stessa politica glielo impedisce. I dazi, la guerra in Iran e lo shock petrolifero hanno spinto l'inflazione al 3,6% — ben oltre il target del 2% della Fed. A giugno 2026, 9 membri su 19 del FOMC ritengono necessario aumentare i tassi, non tagliarli. La Fed, che a inizio anno prevedeva due tagli, ora è virata al rialzo.
Nel mezzo, la speculazione. La volatilità del petrolio — dal blocco dello Stretto di Hormuz ai picchi a 126 dollari al barile — ha creato terreno fertile per scommesse sospette. Sono emerse operazioni da miliardi di dollari con timing sospettosamente preciso rispetto agli annunci di Trump, alimentando sospetti di insider trading.
Il paradosso finale: se Trump forzasse la Fed a tagliare nonostante l'inflazione, i mercati si ribellerebbero con un rialzo dei tassi di mercato (term premium), rendendo il debito ancora più costoso. Vuole tassi bassi per salvare il debito, ma le sue scelte rendono i tassi bassi impossibili. E se li imponesse comunque, il risultato sarebbe peggiore.
In una frase: Trump sta giocando a scacchi contro se stesso — e sta perdendo.
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