Il Presidente Trump, quel mattino, si svegliò con un'idea geniale. L'aveva avuta nel sonno, tra un tweet e un altro, mentre sognava di essere un hamburger gigante che rotolava giù per una collina di dollari d'oro.
— Meloni! — gridò, ancora in pigiama con le paperelle. — Dobbiamo fare la Remigrazione!
Giorgia Meloni, che si trovava a Washington per una cena di Stato, alzò lo sguardo dal suo piatto di carbonara (che aveva portato da Roma in valigia diplomatica, perché non si fida della cucina americana da quando un cuomo le servì degli spaghetti con il ketchup).
— Scusi, Presidente, ma non capisco. Remigrazione?
— Sì! — esclamò Trump, battendo le mani come un bambino che ha appena scoperto che le nuvole sono fatte di zucchero filato. — È semplice! Tutti quelli che sono emigrati dall'Italia negli anni Cinquanta, noi li rimandiamo indietro. E tutti quelli che sono emigrati dall'America all'Italia, tipo quel tipo che fa la pizza a Napoli, noi lo rimandiamo qui. È un'operazione di scambio! Come i Pokemon, ma con le persone!
Meloni ci pensò su per un attimo, masticando una forchettata di carbonara. Poi disse:
— Presidente, lei sa che i miei nonni sono emigrati in Venezuela?
Trump la guardò con occhi lucidi di entusiasmo.
— Perfetto! Allora li rimandiamo in Venezuela, poi dal Venezuela li rimandiamo in Italia, e dall'Italia li rimandiamo qui! È un giro turistico! Pagato dal governo! Io lo chiamo "Remigrazione Circolare Premium"!
— Ma Presidente — obiettò Meloni, che intanto aveva finito la carbonara e stava iniziando a guardare con sospetto il tiramisù —, miei nonni sono morti nel 1987.
Trump non si scompose.
— Ancora meglio! I morti non mangiano, non lavorano, non protestano! Sono i migranti perfetti! Possiamo rimandarli ovunque e non si lamentano! Ho già chiesto a Elon di costruire un razzo per la "Remigrazione Postuma Interplanetaria". Primo stop: Marte. Poi, se Marte non piace, Saturno. Ci sono degli anelli molto fashion.
Meloni, che in politica aveva visto di tutto ma non ancora un presidente che voleva deportare i defunti, decise di giocare d'attacco.
— Senta, Presidente, ma lei sa che in Italia abbiamo già un programma simile? Si chiama "Remigra tutti, tranne il gatto".
Trump sgranò gli occhi.
— Il gatto?
— Sì. Il gatto resta. È una legge costituzionale italiana, approvata nel 1848 durante le Cinque Giornate di Milano. Un gatto randagio, Grattofelix, salvò un generale austriaco cadendo su di lui da un balcone. Da allora, nessun gatto può essere remigrato, deportato, o anche solo spostato da un divano all'altro senza il suo consenso scritto.
Trump era estasiato. Prese il telefono e twittò: "I gatti italiani hanno più diritti dei democratici! VERGOGNA! Ma anche BELLO! Sto pensando di adottare un gatto. Lo chiamerò "Tariffa". #Remigrazione #GattiMiglioriDiBiden".
Poi si rivolse a Meloni con un'aria da cospiratore.
— Senta, Presidente del Consiglio, io ho un'altra idea. E se facessimo la "Remigrazione Affettiva"?
— La cosa?
— Semplice! Tu rimandi in Italia tutti gli americani che amano troppo l'Italia. Tipo quelli che dicono "ciao bella" al barista, che ordinano il "latte macchiato" alle otto di sera, che indossano la maglietta della Ferrari per andare a prendere il caffè. E io rimando in America tutti gli italiani che amano troppo l'America. Tipo quelli che hanno un poster di Marilyn Monroe in bagno, che dicono "oh my god" quando il caffè è troppo caldo, e che credono che New York sia la capitale della California.
Meloni ci pensò su. Poi disse:
— Presidente, se facciamo così, in Italia restano solo io e mia madre. E mia madre non vota.
— Perfetto! — esultò Trump. — Allora vince lei sempre! È la democrazia perfetta! Io la chiamo "Democrazia Remigrata". Nessun oppositore, nessun giornale che critica, nessun magistrato che indaga! Solo lei, sua madre, e il gatto che non può essere spostato!
A quel punto entrò nella stanza un consigliere di Trump, pallido in volto.
— Signor Presidente, c'è un problema.
— Quale? I canadesi si sono arresi?
— No, signore. È che abbiamo fatto i conti. Se remigriamo tutti come dice lei, il bilancio federale... beh, costerebbe circa quattordici volte il PIL del mondo intero.
Trump lo guardò con compassione, come si guarda un bambino che non ha ancora capito come funzionano le cose.
— Ma lei non capisce. Noi non paghiamo. Diciamo che è un prestito. Un prestito a tasso zero. Per cinquant'anni. E poi, tra cinquant'anni, facciamo la "Remigrazione del Debito". Mandiamo il debito in un altro paese. Tipo la Groenlandia. Anche se non è nostra. Ma se lo è, dopo che lo compriamo. Con il debito stesso. È finanza creativa!
Il consigliere svenne.
Meloni, che nel frattempo aveva trovato il coraggio di assaggiare il tiramisù americano e l'aveva trovato orribile, si alzò e disse:
— Presidente, io devo andare. Ho un vertice G7. Ci sono dei leader che vogliono discutere di cose serie, tipo il clima, la guerra, l'economia...
— Il clima! — gridò Trump. — Anche quello lo sistemo con la Remigrazione! Mandiamo il clima cattivo in un altro pianeta! Ho già detto a Elon di preparare un razzo per la "Remigrazione Climatica"! Primo carico: trenta gradi di troppo. Destinazione: Plutone. Non è più un pianeta, quindi non può lamentarsi!
Meloni uscì dalla stanza, scuotendo la testa. Nel corridoio incontrò un gatto randagio, seduto su una statua di Washington. Il gatto la guardò con occhi gialli e sornioni, come a dire: "Io resto. È la legge del 1848."
E così, mentre Trump rimaneva nella sua stanza a disegnare piani di remigrazione su tovaglioli di carta dorata, Meloni tornò in Italia, dove almeno i gatti sanno chi comando, e la carbonara non ha il ketchup.
Fine
Nota dell'autore: Qualsiasi rassomiglianza con fatti reali è puramente casuale, o forse no. I gatti, comunque, restano.
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