Il paragone tra Il grande Gatsby e Donald Trump è uno dei più ricorrenti nella critica letteraria e politica contemporanea, particolarmente intensificatosi nel 2025, anno del centenario della pubblicazione del romanzo di F. Scott Fitzgerald (1925). La connessione non è solo metaforica: Trump stesso ha organizzato una festa a tema Great Gatsby a Mar-a-Lago nel novembre 2025, proprio mentre milioni di americani perdevano i benefici alimentari SNAP, generando un'ironia che molti commentatori hanno definito "deliziosamente grottesca".
Trump come Tom Buchanan, non come Gatsby
La tesi più sostenuta dalla critica letteraria — da The Atlantic (2018) al professor Kirk Curnutt della Troy University (2025) — è che Trump assomigli di più a Tom Buchanan, il vero "cattivo" del romanzo, che non a Jay Gatsby. Tom è l'aristocratico della "vecchia ricchezza", ex campione di football a Yale, razzista convinto, adultero e violento, che "distrugge cose e creature" per poi "ritirarsi nel proprio denaro o nella propria vasta incuranza". Secondo The Atlantic, esiste una "simmetria inquietante" tra i due: entrambi si muovono con aggressività e inquietudine, parlano con "orgoglio ponderoso", innescano litigi personali in pubblico e declamano discorsi politici sconnessi sul declino della civiltà.
Tom Buchanan teme che "le altre razze prendano il controllo" e cita The Rise of the Colored Empires — un riferimento diretto al libro di Lothrop Stoddard, The Rising Tide of Color Against White World Supremacy, che influenzò le politiche migratorie del 1921. Questo parallelismo con il razzismo e l'anti-immigrazionismo trumpiano è stato ampiamente notato.
Ma anche un po' Gatsby
Allo stesso tempo, Trump condivide tratti con Jay Gatsby: entrambi sono self-made men (almeno nel mito che costruiscono), ossessionati dal passato, convinti di poterlo "ripetere" — come dice Gatsby a Nick: "Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può!". Entrambi sono social climbers che organizzano feste sfarzose per costruire un'identità e ottenere accettazione sociale. America Magazine ha notato come i rally di Trump assomiglino alle feste di Gatsby, e come entrambi siano "nuovi ricchi" ostinati a essere accettati dall'establishment di Manhattan.
Il tema centrale: "careless people"
Il concetto chiave che unisce il romanzo all'era Trump è quello di "careless people" (gente incurante), la celebre definizione di Nick Carraway per Tom e Daisy. Sarah Churchwell, professoressa all'Università di Londra, ha scritto sul Financial Times che "la prescienza del romanzo non sta nell'anticipare eventi specifici, ma nel diagnosticare una cultura in cui il potere gode dell'impunità e la crudeltà cancella le proprie tracce — una società governata da gente incurante". Lo stesso termine è stato usato per descrivere l'amministrazione Trump durante la pandemia COVID-19 e, più recentemente, in un memoir di un ex dipendente Meta.
L'ironia della festa a Mar-a-Lago
La festa di Halloween 2025 a Mar-a-Lago, intitolata "A Little Party Never Killed Nobody" (dal film del 2013), è stata vista come una "totale incomprensione" del romanzo. Come ha osservato il professor Curnutt: "Le scene di festa di Gatsby sono famose, ma ciò che la gente spesso dimentica è che l'intero impeto del libro è criticare quel consumo vistoso". La festa si è svolta mentre 42 milioni di americani stavano per perdere i benefici SNAP, con ospiti in abiti anni '20 che "mimavano un'epoca nota ai storici per la sua sbalorditiva disuguaglianza di reddito".
Le differenze cruciali
C'è però una differenza fondamentale: Gatsby, per tutti i suoi difetti, è una figura tragica, mosso da un ideale romantico (l'amore per Daisy). Trump, come Tom Buchanan, non ha idealismi: il suo è un potere crudo, ereditato o conquistato senza scrupoli, che non cerca di "ripetere il passato" per amore, ma per restaurare un'ordine gerarchico. Come scrive The Atlantic: "La ricchezza, nel mondo di Trump come in quello di Tom e Daisy, significa meno se devi lavorarci".
In definitiva, Il grande Gatsby non è solo un paragone stilistico per Trump: è un avvertimento. Il romanzo descrive un'America che corre verso l'autodistruzione in una bolla di disuguaglianza, dove "la potenza frantuma le cose e le creature" lasciando che altri "puliscano il casino". La domanda che Fitzgerald lascia aperta — e che oggi appare più pressante che mai — è se gli Stati Uniti stiano per ripetere il passato di cento anni fa, culminato nel Crack del 1929.
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