Secondo Gustavo Manso e Nassim Taleb, il problema italiano della ricerca del miracolo va affrontato con un pragmatismo radicale, ma i due autori lo raggiungono da angolazioni diverse che si integrano bene.
Manso ha dimostrato empiricamente che l'innovazione richiede tolleranza al fallimento. I contratti ottimali per chi innova proteggono l'esploratore nel breve termine, anche se il progetto fallisce. La cultura del "miracolo" è esattamente l'opposto: aspetta la soluzione giusta al primo colpo, quella epocale che risolve tutto. Manso suggerisce invece di lanciare molti piccoli esperimenti, tollerare che alcuni falliscano, e scalare solo quelli che funzionano. L'Italia è bloccata in un loop di "sfruttamento" — cerca di ottimizzare sistemi esistenti (burocrazia, sussidi, regole) invece di esplorare alternative. Se i decision-maker vengono puniti per ogni errore visibile ma non ricompensati per i successi diffusi, il sistema converge naturalmente verso l'immobilismo e l'attesa del salvatore.
Taleb aggiunge una critica più profonda all'interventismo miracolistico. Il suo punto di partenza è la via negativa: spesso il "miracolo" (la grande riforma, il piano epocale) fa più danni del problema stesso, un fenomeno che chiama iatrogenesi. Taleb insiste sul primum non nocere: a volte aspettare e non aggiungere è meglio che intervenire. Propone la strategia del bilanciere — combinare massima sicurezza in una parte del sistema con massima libertà di sperimentazione nell'altra, invece di cercare soluzioni medie e moderate. Per l'Italia questo significa proteggere il welfare di base e l'ordine giuridico minimo, ma lasciare libertà totale agli innovatori, senza cercare di "aiutare la classe media a consolidare i propri privilegi".
Taleb è anche implacabile sul skin in the game: chi propone soluzioni deve pagarne le conseguenze. I "miracolisti" italiani — tecnocrati, opinionisti, politici — propongono riforme senza rischi personali. Se falliscono, non ne pagano il prezzo. Questo genera una domanda illimitata di "grandi soluzioni" a costo zero per chi le propone. Inoltre, Taleb privilegia l'opzionalità sulla pianizzazione predittiva: creare condizioni per cui piccoli tentativi possono avere payoff esplosivi, e tagliare le perdite rapidamente. L'Italia cerca piani quinquennali; Taleb direbbe che "il miglior modo per ottenere risultati è trial and error, non procedere dalla teoria alla pratica".
La sintesi dei due approcci suggerisce tre mosse per uscire dalla sindrome del miracolo. Primo, sostituire la "grande riforma" con il "piccolo esperimento protetto": creare zone franche dove si può fallire senza catastrofe, come suggerisce Manso con i suoi studi sui contratti per l'innovazione. Secondo, applicare la via negativa talebiana: smettere di fare, prima di cercare nuove cose da fare. Molti problemi italiani sono iatrogeni, creati dalle "soluzioni" precedenti. Terzo, diffondere lo skin in the game: chi propone una soluzione deve viverci dentro. Non più commissioni di saggi che disegnano piani per altri, ma sperimentatori che rischiano il proprio.
In definitiva, il miracolo è una forma di fragile ottimismo predittivo. Manso e Taleb propongono entrambi un pragmatismo antifragile — basato sull'errore controllato, l'opzione, la rimozione piuttosto che l'aggiunta, e l'allineamento dei rischi con chi decide.
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